CITTA' IN COMUNE
Un documento politico
Se assumiamo nella rivoluzione del 1917 il punto di partenza del tentativo di affermazione di sé, della classe sfruttata nella lotta tra classi, il novecento finisce nell’89 con il crollo definitivo di quell’esperienza che arrivò a farsi stato.
Nel secolo nuovo l'istanza di liberazione ha stentato a riprendere voce; il primo vagito del nuovo inizio viene emesso in Chiapas Capodanno '94, diventa grido a Seattle, rimbalza a Porto Alegre, Genova, Cancun e Nairobi,in gran parte dell'America Latina.
Questi avvenimenti rappresentano il nuovo tentativo delle popolazioni, su scala globale, di affrancare se stesse dalla fame e dal sottosviluppo,dallo sfruttamento delle risorse primarie, dal lavoro e dal ruolo assegnatogli.
La consapevolezza che le Corporations transnazionali e gli organismi a-democratici degli accordi economici e commerciali degli organismi come il WTO, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e la Banca per lo sviluppo regionale non avevano alcuna intenzione di convertire i debiti dei paesi poveri in programmi di investimento regionale per lo sviluppo sostenibile, ha messo a fuoco l'ulteriore trasformazione dell’avversario.
Contemporaneamente questo rinnovato protagonismo trova il suo moltiplicatore e connette i suoi terminali utilizzando e attingendo a piene mani dalla espansione e condivisione delle conoscenze, delle comunicazioni e dalla diffusione della informatizzazione che vengono assumendo sempre di più dimensioni sociali.
Questi elementi cognitivi ed informativi sono gli strumenti non-violenti per ottenere più libertà; sono gli elementi costituenti del tentativo di costruzione di una soggettività politica e sociale globale non monocentrica, ne tantomeno tradizionalmente gerarchica, ma reticolare e cooperativa.
Come è possibile sperimentare rapporti economici e sociali proficui,non coercitivi, concertati, intendendo per concertazione la volontà di mettere insieme la praticabilità dei diritti da parte dei cittadini produttori, la possibilità dell'intraprendere e le scelte regolatrici, garanti del dispiegarsi di libertà, opportunità e benessere?
Lo sviluppo di queste analisi e le risposte a queste domande sono la sfida che un possibile nuovo tentativo di riscatto e di emancipazione impone.
Bisogna affermare e conseguire il superamento della antinomia tra capitalismo di stato e capitalismo di mercato figlia dello scontro del secolo passato.
E’ possibile una economia che coniughi libertà individuale, cooperazione sociale diritti per tutti e impresa?
Il tentativo del nuovo secolo può essere questo, ed il cammino va percorso affrontando e superando gli ostacoli che vi si oppongono.
L'attuale congiuntura di relativa crescita economica andrebbe usata per avviare riforme che vadano nel senso sopra descritto ma, le risorse disponibili, la quantità di ricchezza prodotta e di salario percepito e/o quella di salario restituito( tributi), va impegnata per sviluppare politiche di crescita sociale investendola in lotta alla fame ed al sottosviluppo, ricerca, scuola, formazione, la crescita e lo scambio culturale o in sviluppo di nuovi e sofisticati sistemi d’arma ?
Ecco quindi, come nel secolo scorso, che la guerra e l’apparato industrial-militare di alcuni governi si fanno di nuovo politica ed economia reale e di nuovo sono la causa dell’arretramento sociale ed umano; il nemico principale dell’emancipazione sociale.
La guerra si fa ancora storia e questa volta la si dichiara permanente.
Vogliono costruire una storia di guerra permanente.
Come creare economia di pace e sviluppo sociale rispettosi della libertà?
Come costruire un'economia dentro la società e non contro la società?
Dove indirizzare gli investimenti economici per ottenere questo?
La risposta in questo caso è facile, viste le analisi sullo stato ambientale del pianeta.
Vanno indirizzati in riconversione economica-ambientale,in disinquinamento, in tutela e risparmio delle risorse esauribili, in ricerca e sviluppo di energie rinnovabili,
cura della vita,accesso del genere umano ai risultati dello sviluppo scientifico e tecnologico.
Ma chi pianifica questi processi?
Sicuramente il soggetto pubblico, ma anche qualche impresa privata sviluppa know-how in questi settori ormai economicamente maturi e si propone sul mercato.
E qui ritorniamo al conflitto materiale ma anche culturale ed istituzionale tra profitto e sviluppo sociale ed umano.
Un conflitto, che però con gli strumenti di cui ci stiamo dotando può essere accettato di buon grado, e date le sensibilità e le potenzialità dei soggetti in campo potrebbe in tempi medi essere ricondotto ad unità.
Ma chi paga questa riconversione e con quale moneta?
Il nodo di sempre è ancora qui, anzi, sempre più qui. Il conflitto capitale-lavoro.
Il lavoro è ridotto sempre più a merce, non solo il lavoro, ma la vita stessa viene ridotta a merce e qui il conflitto è ancora più aspro. Il vivere e l'operare non sono merce, sono il fulcro della dignità dell’uomo e vanno riconsegnate agli individui e sottraendole al regime carcerario del profitto.
Non può esserci scambio quindi tra risanamento ambientale del pianeta e costrizione della vita e dei diritti del lavoro.
Non può esserci liberazione se i diritti del lavoro non ritornano al centro del dibattito politico e non riconoscono dignità e libertà all’individuo, sia nell’Italia dei call-center che nelle miniere siberiane, nell’Africa desertificata come nei distretti industriali di Canton.
L'essere umano costretto dal lavoro deve ri-assumere su di sé il proprio destino perché esso è il destino del pianeta.
La coniugazione teorica è fatta, le sensibilità sociali crescono, le soggettività della trasformazione sono in divenire, bisogna assemblarle.
Il lavoro di costruzione di questa nuova necessaria soggettività deve basarsi su un concetto che il novecento ci consegna sfibrato anche per responsabilità di quei tentativi di cui siamo figli: il tema della libertà.
Non può esistere una libertà individuale sacrificata sull’altare di più alte libertà collettive.
La libertà o è per tutte e tutti o non è. Pace, diritti, lavoro, libertà, giustizia, queste le declinazioni che accomunano i soggetti antagonisti la globalizzazione neoliberista.
La globalizzazione neoliberista in questi anni ha costruito nuove sedi di decisione a-democratiche (WTO, ecc) spacciate per sedi rappresentative e, tramite queste, in accordo con governi conniventi o deboli ha svuotato le istituzioni della rappresentanza e ridotto a simulacri i principali soggetti costitutivi della partecipazione: i partiti.
Contemporaneamente si sono venute formando delle elites con poteri abnormi e assolutamente autoreferenziali.
Questo ha prodotto e produce ancora effetti violenti in tante parti del mondo: governi dittatoriali o fantoccio in mano a corporations energetiche e guerre che esportano democrazia per rapinare ancora risorse.
Nei paesi del primo mondo aumentano i working-poors, nelle megalopoli scintillanti assistiamo all’aumento della precarietà e alla distruzione dei diritti.
In Europa abbiamo costruito il contenitore della moneta unica e dei banchieri, abbiamo una carta costituzionale che sancisce questa primazia, non ripudia la guerra, e dove è stata sottoposta a referendum non è stata approvata.
Dov’è finita quell’Europa immaginata da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, quell’incontro pacifico di popoli teorizzato da Capitini, quel mare di pace dall’Atlantico agli Urali per cui si è speso Balducci, quell’incontro proficuo tra culture e popoli non monetarista che necessita dopo la fine della guerra fredda?
Il crollo dell’89 non si è portato via l’impalcatura della real-politik della guerra fredda e non siamo ancora riusciti a portare in auge le elaborazioni dei movimenti pacifisti e dei politici illuminati degli anni ‘80.
Dobbiamo ricostruire politica, consapevoli dei ritardi, del terreno perduto e di quello che stiamo recuperando ed abbiamo recuperato con le nostre elaborazioni dei Forum Sociali europei di Firenze, Parigi, Londra e Atene imparando ad utilizzare meglio ritrovate consapevolezze. L’Europa deve essere di pace e dei popoli. Ma su che cosa lavorano i governi europei? A che politica risponde tenere in piedi un organismo come la Nato istituito per contrastare le truppe del Patto di Varsavia?
Il Patto di Varsavia non c’è più, perché i governi europei hanno ricontrattato il patto Nato non cogliendo l’occasione per il suo scioglimento?
E’ stato di fatto stabilito che la Nato è il nuovo gendarme del mondo, il braccio armato del neoliberismo ed il secondino dell’ONU.
Questo è il nuovo equilibrio che i nostri governanti hanno saputo e voluto costruire dall’89 ad oggi. Anche da quì la necessità di ricostruire una soggettività politica europea che provi a superare la crisi dei partiti comunisti dopo la fine dell’URSS, la crisi della socialdemocrazia di fronte al neoliberismo ed il fallimento della terza via blairiana.
Una soggettività politica che riconiughi su scala continentale i bisogni di lavoro,dignità e pace per fare in modo che essi siano l’alimento di una nuova generazione in grado di produrre e proporre beni e socialità eco-compatibili ed in grado di sconfiggere assieme a noi le logiche di sottomissione del lavoro e dei lavoratori contenute nella direttiva Bolkenstein.
Questo è il livello di soggettività politica minima ma necessaria da costruire.
In Italia siamo dentro ed oltre questa fase con in più una classe politica oligarchica,screditata,e contaminata dal berlusconismo.
Ricostruire non è facile ma nemmeno impossibile.
Anche in Italia possiamo iniziare non da zero,utilizzando anche quì quel poco di crescita economica in atto,ed in più avendo il nostro governo a disposizione un surplus di entrate fiscali da utilizzare.
Non solo, ma il governo in carica è stato anche eletto sulla spinta di un consistente movimento pacifista e dei lavoratori che negli anni bui del centrodestra ha svolto una funzione supplente rispetto spesso all’afasia dei partiti e dei gruppi dirigenti della sinistra, e questo movimento non è andato a casa.
Quelle donne e quegli uomini che hanno riempito le piazze d’Italia manifestando contro le guerre,per la pace,per la democrazia,per il lavoro,non hanno solo marciato, essi , in un reticolo fragile nella organizzazione ma tenace nelle idee, ha prodotto i fondamenti di un nuovo agire politico.
Hanno chiesto che il lavoro fosse di nuovo al centro della politica di trasformazione (Melfi); che le politiche di investimento ed infrastrutturali fossero riorientate al rispetto dell’ambiente (Val di Susa), che la differenza di genere, la violenza sulle donne,ogni tipo di violenza fossero assunte con un investimento di rialfabetizzazione civile in ogni sede di orientamento e di comunicazione; che le specificità dei territori venissero assunte come una ricchezza per tutte e tutti e non violate ( Vicenza), che la connessione delle differenze diventasse la base per una nuova e ricca produzione economica ed umana laica, multietnica e multiculturale.
Queste esperienze sono ormai sedimentate dappertutto, nei posti di lavoro, nei sindacati, nelle organizzazioni del tempo libero, nel volontariato, dobbiamo aprire dibattiti nei luoghi che frequentiamo, riconoscerci, perché più ci riconosciamo e più possiamo connettere le nostre esperienze e darci autorevolezza.
Poi gli strumenti dello scambio di informazioni li abbiamo e sono e saranno sempre di più la nostra forza.
Così noi che non abbiamo governi amici possiamo monitorare l’agire dei governi,così cominciamo a dare vita e corpo a quel nuovo soggetto politico a sinistra da cui ormai non possiamo prescindere, costruendolo sul nuovo terreno che abbiamo dissodato in questi anni.
Un nuovo soggetto politico che disegni una realtà ed un futuro di mai più guerre, mai più sviluppo a detrimento delle risorse naturali e dei territori, mai più lavori senza dignità e sicurezza.
Un nuovo soggetto politico che assuma le relazioni di fratellanza tra gli aderenti come fondamento materiale per nuove relazioni di libertà e di pace tra i popoli, superando la lotta per bande di cui i gruppi dirigenti della sinistra del novecento si sono specializzati.
Un soggetto politico che esca dalle secche del ‘900 anche nella sua forma organizzata, che superato il centralismo affermi il policentrismo, che faccia della pratica del consenso la propria forma decisionale e sostituisca il leaderismo con la cooperazione decisionale tra soggetti individuali, collettivi, nazionali, locali , di genere e affinità.
In questi anni tremendi e fecondi anche ad Ancona abbiamo costruito momenti politici più o meno significativi partendo dalle esigenze del nostro territorio.
Abbiamo dato vita ad un soggetto sociale e politico denominatosi “La Città in Comune”con l’obiettivo di dare vita a processi di sviluppo di democrazia dal basso e di tutela dei beni comuni.
Nello scorso anno abbiamo promosso, assieme a CantierianconA, elezioni primarie autogestite per la individuazione del candidato a sindaco con l’organizzazione di 14 seggi in città.
Abbiamo costituito una lista autonoma che in alleanza con RC con candidato a sindaco quello scaturito dalle primarie ha ottenuto il 2,3 % RC il 7,04% il candidato sindaco il12,12%.
Il risultato elettorale è stato soddisfacente,quello politico ottimo,preludio della possibilità di costruire in città una forza di sinistra di oltre il 18%.
Ma non è il risultato elettorale l’aspetto più importante, essenziale, nell’attuale temperie politica, è stato discutere con la cittadinanza, o con la parte di essa più consapevole, della scelta del candidato a Sindaco uscendo dalla logica autoreferenziale delle segreterie di partito; su questo, in quella fase, abbiamo incontrato l’appoggio del Prc.
Dopo le elezioni abbiamo continuato a lavorare in città sui temi dell’ambiente e dello sviluppo della democrazia dal basso abbiamo aderito alla Sinistra Europea e siamo tra i soggetti promotori della raccolta di firme per la proposta di legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua.
Riteniamo che alla luce dei problemi di cui in questi anni ci siamo occupati, del fatto che anche in altri luoghi della nostra regione esperienze simili si sono radicate, sia maturo nei nostri territori dare vita ad una nuova soggettività politica che si basi su queste esperienze; per non rischiare che tutto questo lavoro rimanga solamente un rumore di fondo, seppur assordante, che non riesce a tradursi in nuova politica di trasformazione ed anche in nuova rappresentanza.
La nostra regione è caratterizzata da una adeguata ricchezza del suo tessuto produttivo,una disoccupazione contenuta su percentuali fisiologiche ed una discreta capacità di assorbimento di manodopera dai settori in crisi.
Tutto ciò tiene in equilibrio, produce e alimenta una discreta coesione sociale, con una negativa sottolineatura riguardante la qualità del lavoro e l’insufficienza della sua sicurezza,
Questo quadro di sostanziale tenuta è in realtà fragile se analizziamo la dimensione delle nostre imprese, la loro capacità di investimento, la difficoltà nel fare rete e sistema.
Non possiamo prescindere da politiche di indirizzo delle produzioni locali, anche con incentivazioni,verso la sostenibilità ambientale e sociale, quadro dentro il quale i processi di internazionalizzazione vengono favoriti, perché qualità e sostenibilità divengono sempre più componenti qualificati della qualità delle produzioni.
Una politica regionale dal nostro punto di vista deve porre l’attenzione nello sviluppo di aziende per la produzione di energia da fonti e materie rinnovabili di medie dimensioni e a filiera corta .
Una nuovo soggetto politico nella nostra regione deve sviluppare la propria azione sui temi occupazionali e della sicurezza sul lavoro , degli ammortizzatori per i periodi di non lavoro e quindi un impegno per l’ottenimento di una legge sul reddito di cittadinanza.
Il nostro territorio non abbisogna di megacentrali, di strade inutili ed ambientalmente ed economicamente insostenibili.
Sul fronte dello sviluppo della democrazia dal basso l’impegno è quello di una campagna regionale per bilanci partecipativi e l’affermazione ineludibile che i beni comuni non possono essere privatizzati.
L’inclusione sociale, il rispetto dei diritti e il lavoro al loro fianco per l’ottenimento del diritto di voto sono l’impegno che assumiamo nei confronti dei cittadini migranti:
Su questo documento di intenti La città in Comune, soggetto sociale e politico aderente alla Sinistra Europea chiede confronto ed adesioni con quanti avvertono la necessità di costruire quel nuovo soggetto politico in Italia e nei nostri territori che riconnetta le fila di un pensiero e di un’azione politica di sinistra all’altezza delle sfide del nuovo secolo.
Chiediamo adesioni e contributi su questo documento a soggetti individuali e collettivi, anche ad appartenenti a partiti politici in una logica di doppia partecipazione che non richiede abiure ma solo condivisione e necessità di cammino comune.
Per i soggetti collettivi anche di altri territori chiediamo incontri di ascolto e scambio di esperienze approfondimento dei singoli temi per coordinare azioni e campagne, per ottenere quel radicamento necessario alla buona riuscita della costruzione del nuovo soggetto politico regionale e nazionale.
Per coloro interessati individualmente a questo processo tramite scambio di informazioni arriveremo a momenti di confronto e costruzione di campagne condivise.